Pubblicato il
28 maggio 2026
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Nel sesto e ultimo episodio de Lo Stato del Disagio, le domande si fanno più radicali. Non si tratta più solo di capire quanto sia diffuso il disagio nelle università italiane, ma di chiedersi se l'università stia facendo abbastanza per contrastarlo e, soprattutto, se voglia davvero farlo.
I dati internazionali restituiscono un quadro allarmante: nel Regno Unito, il numero di studenti universitari con problemi di salute mentale è quasi quadruplicato nel corso di un decennio. Un fenomeno che non riguarda solo l'Italia, ma che impone a tutte le istituzioni accademiche una riflessione profonda sulla propria cultura organizzativa.
La domanda che attraversa l'episodio è quella che pone la psicologa clinica Anna Ogliari: stiamo assistendo a un'epidemia di disagio, o stiamo semplicemente imparando a riconoscerlo meglio? La risposta, come spesso accade, è che entrambe le cose sono vere insieme. La capacità di intercettare le difficoltà prima che diventino patologia conclamata è cresciuta. Ma è cresciuto anche il disagio reale, in un contesto che spinge i ragazzi verso prestazioni sempre più alte, in tempi sempre più compressi.
Su questo punto interviene il neuroscienziato Vittorio Gallese, che denuncia l'ossessione per la quantificazione e la documentazione a scapito dei contenuti, e chiede invece che l'università torni a essere uno spazio di libertà intellettuale, in cui lo studente è aiutato a trovare la propria strada. Una posizione che risuona con quella dello scrittore e insegnante Marco Rovelli, secondo cui il disagio — etimologicamente — è la perdita di un luogo in cui si può stare. E la scuola, come l'università, rischia di diventare esattamente quello: un luogo da cui fuggire, non in cui abitare.
Il tema della relazione educativa è centrale in questo episodio. Gli insegnanti sono stati a lungo formati come trasmettitori di conoscenze, non come educatori. Eppure le nuove generazioni chiedono qualcosa di diverso: spazi di ascolto, figure adulte capaci di accompagnare un processo di soggettivazione complesso. Come ricorda la psicoterapeuta Elena Riva, la vera sfida oggi non è più chi possiede le informazioni, ma chi aiuta a costruire una visione critica del mondo. Un ribaltamento di significato che riguarda tutti i ruoli adulti.
C'è poi la questione delle diagnosi e dell'autodiagnosi, su cui Ogliari invita alla cautela: il rischio principale non è l'inflazione diagnostica in sé, ma la tendenza a sostituire un percorso clinico con uno autopercepito alimentato dai nuovi media. Riconoscere i propri segnali di fatica è importante; confonderli con una diagnosi è un'altra cosa.
A chiudere il cerchio sono le voci degli studenti. Francesca Sabia, studentessa di medicina e rappresentante a Pavia, e i rappresentanti dell'Unione degli Universitari Giulia Papandrea e Massimiliano Farrell, convergono su una stessa intuizione: ciò che manca non è solo il supporto psicologico, ma la possibilità concreta di stare insieme. Spazi fisici aperti, gratuiti, non competitivi.
Come i portici di Bologna evocati da Umberto Eco, sotto cui gli studenti si fermano, si incontrano, e da cui nasce la creatività. L'università, se vuole essere una comunità e non solo un luogo di prestazione, deve partire da qui: da relazioni sane, da spazi abitabili, dall'idea che noi non siamo individui isolati ma nodi di una rete. E la rete tiene, o si spezza, insieme.
Progetto selezionato nell'ambito dei due avvisi PRO-BEN 1 e PRO-BEN 2 del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) per la concessione di finanziamenti volti alla promozione del benessere psicofisico e al contrasto del disagio psicologico ed emotivo tra gli studenti.

