Approfondimento

Come vincere la paura del palcoscenico?

Pubblicato il

14 gennaio 2026

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I problemi di salute mentale legati all’ansia sono tra i disturbi mentali più diffusi al mondo. Le persone impegnate nelle arti performative o in attività sportive a livello agonistico sperimentano frequentemente ansia da prestazione o fobie specifiche. 

Tuttavia, le cause di questi problemi rimangono relativamente poco chiare: se infatti la paura è collegata a oggetti e circostanze identificabili, l’ansia non è sempre riconducibile a ragioni distinte. 

In questo approfondimento esploriamo le caratteristiche, i fattori scatenanti e le possibili soluzioni per affrontare al meglio l’ansia da prestazione e vincere la cosiddetta “paura del palcoscenico”. 

Il “fardello” dell’ansia da prestazione

Solitamente, una persona che sperimenta ansia da prestazione tende ad agire anticipando possibili pericoli e attivando una risposta difensiva prima dell'incontro con la minaccia (pre encounter defence). Tale risposta è associata all’attivazione della corteccia prefrontale. 

L’ansia da prestazione si manifesta tipicamente attraverso sintomi somatici e cognitivi che possono variare da individuo a individuo, e in base alla situazione. Dal punto di vista somatico, aumentano la frequenza cardiaca, i tremori, le difficoltà respiratorie e la sudorazione eccessiva. 

I sintomi cognitivi sono invece contraddistinti da un’elevata preoccupazione per il risultato, iper-controllo del pensiero e focalizzazione su sé stessi, con una conseguente alterazione dell’attenzione. In certi casi, si possono osservare anche modificazioni comportamentali come un evitamento manifesto o latente che incide negativamente sia sulla qualità della vita che sulla performance artistica. 

L’ansia da prestazione può essere classificata come ansia di statoansia di tratto: la prima rappresenta una risposta a una situazione percepita come una minaccia; la seconda indica invece una predisposizione stabile all’ansia, ovvero non necessariamente attivata da stimoli esterni. 

Quando una persona è sottoposta a una forte pressione, a volte non riesce a esprimere il suo massimo potenziale. Ciò avviene quando lo stress legato alla competizione o esibizione viene percepito come un pericolo imminente e l'ansia da prestazione si manifesta perché l'individuo avverte uno squilibrio tra le richieste poste e la propria capacità di soddisfarle. Tale percezione intacca negativamente lo stato emotivo che, combinato con lo stress psicologico del momento, compromette la performance complessiva. 

Per quanto riguarda gli artisti delle arti performative, l’aspetto più problematico e debilitante è l’interferenza cognitiva, perché può portare alla perdita di controllo di movimenti precedentemente automatizzati (choking under pressure). Rispetto ad altre professioni, gli artisti risultano essere più predisposti a soffrire di ansia da prestazione a causa dell’interazione di molteplici fattori occupazionali.  

Atleti e musicisti, infatti, devono affrontare richieste cognitive, psicologiche e fisiche sempre più elevate a causa dell’innalzamento dei livelli di competenza e competitività nei rispettivi ambiti. Di conseguenza, essi sono sottoposti ad allenamenti intensivi, spesso iniziati in età molto precoce, e devono sapersi adattare a contesti diversi e cambiamenti improvvisi, per poter soddisfare e superare tali standard. 

Tutto ciò si traduce molto spesso in una fusione tra identità professionale e identità personale. Pertanto, associare un fallimento professionale alla percezione di una minaccia alla propria identità personale non fa altro che aumentare il rischio di insorgenza dell'ansia da prestazione e la maggiore intensità dei sintomi a essa connessi. 

Secondo studi recenti, i musicisti sperimentano tale ansia non solo durante le esibizioni, ma anche durante le prove e le lezioni regolari. È stato dimostrato che l’ansia da prestazione compromette la performance motoria e che, se si protrae nel tempo e non vengono utilizzate le giuste strategie di coping, può incidere negativamente sul benessere mentale generale, con il rischio di sfociare in depressione o disturbi d'ansia clinici più gravi.

La paura del palcoscenico: cosa dice la ricerca

Lo studio condotto da Niering et al. rappresenta uno dei contributi più importanti degli ultimi anni sul tema della paura del palcoscenico. Gli autori hanno passato in rassegna più di mille studi iniziali, selezionandone infine venti che rispettavano criteri metodologici rigorosi: presenza di un gruppo di controllo, misurazioni prima e dopo l’intervento, utilizzo di strumenti psicometrici validati e popolazioni direttamente coinvolte in performance ad alta richiesta tecnica, come musicisti e atleti.

La ricerca si è concentrata su discipline in cui la prestazione dipende in modo critico dal controllo fine del gesto, dalla coordinazione e dall’attenzione sotto pressione. Gli oltre settecento partecipanti coprivano un ampio arco di età e includevano sia studenti sia performer più esperti, permettendo così una lettura trasversale del fenomeno. 

I risultati mostrano chiaramente che gli interventi psicologici funzionano bene nel ridurre l’ansia di stato, cioè quella che si attiva immediatamente prima o durante un’esibizione. Non solo riducono i sintomi fisici ma incidono anche sull’ansia cognitiva. In particolare, si è osservato come calmare l’ansia rafforzi la percezione di controllo e competenza durante la performance, con un aumento dell’autofiducia. 

Nel caso dell’ansia di tratto, gli effetti degli interventi risultano più contenuti. L’esperimento suggerisce che modificare una predisposizione ansiosa di lunga durata richiede percorsi più lunghi e personalizzati. Non tutte le forme di paura del palcoscenico possono essere eliminate, ma possono comunque essere gestite in modo efficace. 

La ricerca di Candia et al. ha analizzato in maniera approfondita l’ansia da performance musicale (Music Performance Anxiety, MPA). Prendendo spunto da uno studio precedente su una violoncellista affetta da questa condizione, gli studiosi hanno utilizzato un campione di 18 strumentisti ad arco che riferivano sintomi di MPA. Lo studio ha dimostrato che la frequenza cardiaca e l’irrequietezza diminuivano grazie a esecuzioni pubbliche ripetute dello stesso brano musicale. 

I risultati dell'esperimento indicano che l’esposizione ripetuta riduce in modo significativo i sintomi di ansia e gli errori di esecuzione. I dati sottolineano l’importanza del training sul palco: i musicisti, specialmente gli studenti, dovrebbero considerare questo tipo di allenamento come parte integrante della propria routine di studio. Allenarsi direttamente sul palco, infatti, può ridurre la MPA, migliorare la qualità generale della performance, e prevenire disturbi legati allo stress e infortuni fisici. 

Dal punto di vista fisiologico, la frequenza cardiaca diminuisce dalla prima alla terza esecuzione, pur rimanendo più alta rispetto alle condizioni di riposo. Questo significa che l’ansia non scompare mai del tutto, ma può essere controllata. Al contempo, i musicisti percepiscono un aumento della sensazione di calma e una diminuzione soggettiva dell’ansia, confermando un legame coerente tra dati fisiologici e vissuto psicologico. Di conseguenza, gli errori tecnici (intonazione, omissioni, problemi di arco) diminuiscono progressivamente, segno che la semplice esposizione ripetuta alla situazione stressante ha un effetto positivo sulla gestione emotiva e sulla qualità esecutiva. 

Ricerche recenti suggeriscono inoltre l’esistenza di una relazione tra le caratteristiche dell’ambiente costruito e il benessere delle persone. Lo studio innovativo di Gómez-Sirvent et al. ha analizzato e modificato l’ambiente costruito per creare spazi in cui i musicisti fossero meno consapevoli della presenza del pubblico e potessero sentirsi più a loro agio.

L’esperimento è stato condotto con 61 musicisti di conservatorio che hanno suonato in un auditorium virtuale, di fronte a centinaia di spettatori virtuali. Le esecuzioni sono state ripetute a diverse distanze e con differenti livelli di illuminazione ambientale, mentre i movimenti oculari dei musicisti venivano registrati. I dati raccolti, insieme ai questionari somministrati, hanno permesso di analizzare il modo in cui viene percepito l’ambiente. 

I risultati mostrano che ridurre l’intensità luminosa sopra il pubblico e aumentare la distanza tra i musicisti e gli spettatori rendono l’ambiente percepito meno disturbante, migliorando la performance complessiva. I dati di eye-tracking evidenziano anche una riduzione dei movimenti oculari rapidi (saccadici) all’aumentare della distanza, un parametro spesso associato a livelli più alti di attivazione emotiva e stress.  

L’ansia non va eliminata, ma regolata

La ricerca offre diversi approcci per cercare di superare gli effetti debilitanti dell’ansia da prestazione. Tra questi rientrano tecniche di rilassamento, respirazione lenta, self-talk motivazionale, bioneurofeedback, auto-dialogo, ristrutturazione cognitiva, mindfulnessAcceptance and Commitment Therapy (ACT), esposizione in realtà virtuale, ipnoterapia e tecniche somatiche.

Queste tecniche sono state sviluppate, testate e applicate con successo per migliorare la gestione dell’iper-attivazione fisiologica e dell’interferenza cognitiva, con l’obiettivo di ottimizzare la performance atletica e musicale.

Per fronteggiare i sintomi ansiosi, gli interventi si concentrano generalmente sulla riduzione dell’attivazione simpatica, sulla modifica della valutazione e della direzione dei sintomi ansiosi, sulla ristrutturazione dei pensieri negativi e sul miglioramento dei processi cognitivi che influenzano la performance. Dai risultati si possono estrapolare alcune indicazioni pratiche molto chiare.

  • Allenarsi sul palco è fondamentale, perché la sola pratica in sala prove o a lezione non basta per gestire l’ansia da performance. L’esposizione reale e ripetuta al pubblico è un potente strumento di controllo e desensibilizzazione.
     
  • Ripetere più volte lo stesso brano in condizioni simili permette di ridurre l’ansia e migliorare la performance senza aumentare le ore di studio, prevenendo sovraccarico fisico e mentale.
     
  • Sperimentare diverse condizioni ambientali aiuta il cervello ad associare la performance a un livello di eccitazione più tollerabile. 
     
  • Utilizzare la visualizzazione guidata per immaginare mentalmente la performance riuscita prima dell’esibizione, utile per preparare la mente e ridurre l’ansia. 
     
  • Fare debriefing post-performance, ovvero riflettere subito dopo l’esibizione su cosa è andato bene e cosa migliorare, per trasformare l’esperienza in feedback e ridurre l’ansia futura.
     
  • Monitorare la frequenza cardiaca può essere utile per valutare l’efficacia di strategie di gestione dell’ansia, oggi facilmente applicabile grazie ai dispositivi wearable.
     
  • Partecipare a corsi di mindfulness e lezioni sulla preparazione mentale, idealmente con il supporto di professionisti o programmi guidati, per potenziare la resilienza emotiva.
     
  • Ricordarsi che l’ansia non va eliminata, ma regolata in quanto le performance efficaci sono possibili anche con un livello elevato di attivazione fisiologica, purché sia gestibile.

Conclusioni

È fondamentale intervenire sull’ansia prima che diventi cronica, insegnando strategie di gestione a partire dai primi anni di formazione. In secondo luogo, può essere d’aiuto imparare tecniche cognitive semplici e allenabili, da poter utilizzare durante le prove o poco prima di salire sul palco. Infine, bisogna accettare l’ansia come parte della performance, spostando l’obiettivo dal controllo totale dei sintomi alla capacità di funzionare bene nonostante l’attivazione emotiva. 

La paura del palcoscenico non è un limite personale ma una risposta psicologica su cui è possibile intervenire in modo scientificamente fondato. Investire nel benessere psicologico non è un “extra”, ma una componente centrale nella formazione degli studenti e nell’esperienza del palco. 

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