Approfondimento

Solitudine: come riconoscerla e affrontarla

Pubblicato il

10 febbraio 2026

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Il numero crescente di studi e sforzi multidisciplinari per comprendere il tema complesso della solitudine evidenzia una sempre maggiore consapevolezza del suo impatto sul benessere e sulla salute, sia individuale che collettiva.

Negli ultimi anni, infatti, la solitudine, definita come uno stato spiacevole che nasce dalla percezione soggettiva di una mancanza di relazioni sociali soddisfacenti, è diventata un importante argomento di dibattito scientifico e politico. 

Capire la solitudine: due modelli teorici

Per descrivere lo stato attuale della ricerca sulla solitudine, è utile partire dai due principali modelli teorici che ne spiegano l’origine: il modello della discrepanza cognitiva (Perlman & Peplau, 1981) e l’approccio dei bisogni sociali (Weiss, 1973).

Se l’isolamento sociale rappresenta una condizione oggettiva caratterizzata dalla mancanza di contatti sociali, la solitudine è un’esperienza profondamente soggettiva.

Il modello della discrepanza cognitiva mette in luce il ruolo dei processi cognitivi nella valutazione delle situazioni sociali. Gli autori definiscono la solitudine come l’esperienza spiacevole che si verifica quando la rete di relazioni sociali di una persona risulta carente in qualche aspetto importante, sia quantitativo che qualitativo. 

La solitudine nasce da una discrepanza percepita tra il livello di relazioni sociali desiderato e quello effettivamente vissuto, generando così il bisogno di rivedere le proprie aspettative oppure di modificare le interazioni reali. 

L’approccio dei bisogni sociali individua invece due tipi di solitudine: la solitudine emotiva, legata al bisogno di relazioni strette e intime, e la solitudine sociale, legata al bisogno di integrazione e appartenenza a un gruppo più ampio. Secondo questo modello, gli esseri umani hanno un bisogno innato di connessioni sociali e sono naturalmente motivati a creare e mantenere relazioni interpersonali positive. 

Quando i bisogni sociali non vengono soddisfatti, emergono emozioni negative che si manifestano come “dolore sociale”, che spinge le persone a ricercare legami con gli altri. Il bisogno di connessione sociale è considerato infatti un bisogno di base: proprio come la fame segnala un bisogno biologico, la solitudine avvisa che i bisogni di connessione sociale non sono soddisfatti, motivando la ricerca di relazioni. 

In questa prospettiva, la solitudine rappresenta quindi una risposta evolutiva di sopravvivenza alla rottura dei legami sociali ed è caratterizzata da stati emotivi negativi.

Fattori scatenanti, fattori di rischio e correlati

Per valutare in maniera approfondita il tema, è stata condotta una scoping review di 35 revisioni in lingua inglese basate su studi primari sulla solitudine, pubblicate tra il 2001 e il 2023. Queste revisioni hanno incluso complessivamente 1.089 studi, realizzati tra il 1986 e il 2022, focalizzando l’attenzione sulla ricerca psicologica.  

Gli studi indicano che gli esseri umani sono intrinsecamente esseri sociali. In media, una persona trascorre circa l’80% delle ore di veglia in compagnia di altri e tende a preferire il tempo passato con gli altri rispetto alla solitudine. 

Lim et al. (2020) hanno proposto un modello concettuale per rappresentare la complessità della solitudine. Secondo questo modello, l'insorgere della solitudine sarebbe preceduto da fattori scatenanti come eventi di vita significativi (ad esempio un divorzio), fasi di transizione (come il trasferimento o la migrazione) o eventi storici (come la pandemia di COVID-19). 

Sempre secondo Lim et al. (2020), esistono dei fattori di rischio e correlati che rendono la solitudine problematica. Essi possono essere categorizzati come: 

  1. fattori individuali di base (ad esempio età e genere);
  2. fattori fisici e psicologici (come limitazioni funzionali, depressione o tratti di personalità);
  3. fattori contestuali (ad esempio ambiente di lavoro, contesto universitario e comunicazione digitale).

Per quanto riguarda i fattori individuali di base, si è osservato che adolescenti e giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili alla solitudine a causa di diverse ragioni: instabilità delle loro reti sociali, esplorazione dell’identità e trasformazioni fisiche che possono aumentare il rischio di esclusione sociale. Per molti giovani è difficile trovare un equilibrio tra il conformarsi al gruppo di pari e sviluppare una propria autonomia rispetto a famiglia e amici. Questa tensione identitaria provoca aspettative contrastanti e può sfociare in sentimenti di solitudine. 

La ricerca mette poi in evidenza la forte relazione tra fattori fisici/psicologici e la solitudine. Quest’ultima è associata, ad esempio, a un aumento del rischio di depressione. Al contempo, problemi di salute riducono molto spesso la possibilità di uscire di casa e partecipare ad attività sociali o eventi. 

La letteratura ha inoltre ampiamente discusso dei fattori contestuali. La mancanza di relazioni strette è collegata alla solitudine. Le amicizie soddisfano quasi sempre il bisogno di appartenenza mentre, in caso contrario, possono emergere isolamento sociale e solitudine. 

A tutto questo si unisce un altro tema che negli ultimi anni è diventato centrale, ovvero il rapporto tra social media e solitudine. Sono state inizialmente avanzate due ipotesi principali: la displacement hypothesis sostiene che l’uso di Internet vada a sostituire relazioni sociali di qualità con relazioni più povere (Kraut et al., 1998). Al contrario, secondo la stimulation hypothesis, le tecnologie sociali rappresentano un’opportunità per rafforzare o ristabilire relazioni (Gross, 2004; Valkenburg & Peter, 2007).

I risultati recenti della ricerca indicano che, se i social media vengono utilizzati con l’obiettivo di mantenere delle relazioni, non emerge una relazione significativa con la solitudine. Se invece l’utilizzo sostituisce le relazioni offline, allora i livelli di solitudine risultano molto più elevati. 

Gli studi mostrano come anche l’età giochi un ruolo importante: l’uso dei social media risulta essere un rischio maggiore per i giovani adulti e gli adolescenti, mentre può rivelarsi vantaggioso per gli anziani. Se per i primi può tradursi in isolamento e alienazione sociale, per i secondi può costituire uno strumento utile per mantenere o rinsaldare i rapporti con amici e familiari, soprattutto considerando che le persone anziane tendono più spesso a trascorrere molto tempo sole in casa.

Quando il mondo si è fermato: la pandemia di COVID-19

Non possiamo non menzionare la pandemia di COVID-19 che ha avuto sicuramente un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone. I giovani, in particolare, sono stati colpiti dai suoi effetti, tra cui l’ isolamento sociale e familiare, gli improvvisi cambiamenti nello stile di vita e nelle abitudini quotidiane, e la chiusura dei servizi universitari con la conseguente perdita di contatto con i coetanei e le attività sociali. 

Per far fronte a tutto questo, la vita sociale si è spostata online: studi recenti mostrano che gli effetti psicosociali negativi dei social media sulla salute mentale risultano più marcati per giovani e studenti, in particolare in Europa. 

Secondo la Self-Determination Theory, le persone cercano un equilibrio tra tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia, competenza e appartenenza. Il comportamento umano è modellato dalle intenzioni, a loro volta influenzate da atteggiamenti e credenze. La pandemia ha probabilmente ridotto le opportunità di interazione sociale degli studenti, con un conseguente aumento di stress e solitudine.

Il periodo del lockdown ha inoltre aumentato il senso di incertezza e la passività nelle persone. La maggior parte dei nostri comportamenti è socialmente determinata, ma durante la pandemia abbiamo perso tali punti di riferimento a causa delle restrizioni. 

Tra i dati più interessanti, risulta che:

  • un gran numero di studenti europei ha riportato moderato stress e solitudine nella prima ondata della pandemia;
  • le donne e chi viveva all’estero hanno mostrato livelli più alti di stress;
  • gli studenti più giovani hanno riportato più spesso basso stress;
  • la solitudine e le preoccupazioni derivanti dal COVID hanno avuto un impatto significativo sullo stress percepito. 

Tutti questi risultati ci aiutano a capire perché è importante intervenire in modo mirato sulla solitudine. Fortunatamente, la ricerca offre indicazioni pratiche su come gestirla nella vita di tutti i giorni. 

Come affrontare la solitudine nella vita quotidiana

La ricerca ci dice che la solitudine non si combatte semplicemente “stando con più persone”, ma lavorando sulla qualità delle relazioni e sulle nostre abilità emotive e sociali. Una recente revisione di oltre 100 interventi ha mostrato che alcuni approcci sono particolarmente efficaci e possono essere adattati alla vita di tutti i giorni. 

Cura la tua salute emotiva

  • Se ti senti spesso solo/a, percorsi di supporto psicologico come terapia cognitivo-comportamentale, mindfulness o terapia di gruppo possono aiutarti a gestire emozioni difficili e ridurre la solitudine.
  • Piccoli esercizi riflessivi quotidiani possono essere utili per capire i tuoi bisogni emotivi e trovare modi più positivi per soddisfarli.

Allena le tue competenze sociali

  • Impara a comunicare meglio, ascoltare attivamente ed esprimere empatia.
  • Lavora sui pensieri negativi che possono rafforzare la solitudine, ad esempio “nessuno mi vuole” o “gli altri mi rifiuteranno”, sostituendoli con pensieri più realistici e costruttivi.

Scegli attività che favoriscono connessioni autentiche

  • Partecipare ad attività di gruppo come laboratori creativi, corsi di musica, teatro o danza crea occasioni naturali per incontrare persone e costruire relazioni significative.
  • Programmi strutturati e regolari funzionano meglio di eventi sporadici, perché danno continuità e opportunità di approfondire legami.

Sfrutta il supporto sociale

  • Mentoringpeer support o gruppi di supporto tra pari sono strumenti efficaci per sentirsi ascoltati e accompagnati.
  • Le università e le comunità possono offrire programmi di orientamento, educazione alle abilità sociali e spazi sicuri dove costruire relazioni positive.

Combina approcci diversi

  • La strategia più efficace è integrare più tipi di attività: supporto psicologico, attività sociali e opportunità di connessione reale.
  • Non serve fare tutto subito: puoi iniziare con piccoli passi e aggiungere gradualmente nuove esperienze.

Affrontare la solitudine in modo positivo significa costruire relazioni significative e sviluppare abilità emotive e sociali che ci aiutano a sentirci davvero connessi, invece di riempire semplicemente il tempo o cercare di stare con più persone. Piccoli cambiamenti, praticati con costanza, possono avere un grande effetto sul tuo benessere quotidiano.

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