Approfondimento

È tutta colpa dei social? La complessità dietro un tema fin troppo divisivo

Pubblicato il

28 gennaio 2026

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Molti di coloro che stanno leggendo non arriveranno alla fine. Negli ultimi anni questo accade spesso con gli articoli, anche con quelli ben scritti e interessanti. 

Una delle possibili motivazioni risiede nel fatto che, così inseriti in un mondo fatto di smartphone e social che ci distraggono costantemente con il suono delle notifiche, facciamo fatica a concentrarci abbastanza per leggere un articolo lungo. 

Eppure, se analizziamo il fenomeno più a fondo, quello che emerge è un quadro molto più complesso e sfumato del loro effetto, in particolare sugli studenti universitari e i giovani adulti. 

L’impatto negativo di smartphone e social media: la visione mainstream

Proprio data l’importanza che rivestono smartphone e social media nella nostra vita quotidiana, nel corso dell’ultimo decennio è emersa non solo una folta letteratura sul tema, ma anche vari saggi di carattere divulgativo. 

Una delle ricercatrici che ha maggiormente raccolto le attenzioni del pubblico è Jean M. Twenge, dell’Università di San Diego. Nel suo saggio Iperconnessi, uscito in Italia nel 2017, Twenge sottolinea i profondi cambiamenti che queste tecnologie hanno apportato al nostro modo di comportarci. In particolare, secondo Twenge: 

“I teenager, dunque, hanno dato l’ok alla crescita lenta e vogliono restare bambini più a lungo.”

Utilizzando una vasta mole di dati, l’autrice sottolinea come sia proprio la dipendenza – e non l’utilizzo dei social – a causare questa situazione, collegata ad altri fenomeni come il deterioramento della salute mentale. Su questo aspetto Twenge e due colleghe hanno condotto uno studio che lega proprio il calo del benessere mentale degli adolescenti del tempo e l'aumento dello screen time. I risultati della ricerca hanno evidenziato una forte correlazione tra questi due fenomeni. 

Allo stesso modo Twenge avverte di quanto questi effetti possano acuire le disuguaglianze economiche. Se i giovani più ricchi possono comunque contare sul capitale e le opportunità garantiti dal loro status, coloro che provengono da famiglie di una classe media sempre più impoverita e dalla classe operaia rischiano di vedere deteriorarsi le proprie capacità cognitive, con la conseguenza di una maggiore difficoltà a essere produttivi e remunerati nel mondo del lavoro.

Più recentemente è stato pubblicato La Generazione Ansiosa di Jonathan Haidt, psicologo all’Università di New York. In un certo senso l’opera di Haidt, che ha avuto una ricezione maggiore rispetto ai lavori di Twenge, riprende proprio le critiche dell’autrice ampliandole e fornendo evidenze, in parte, più robuste. 

Secondo Haidt, dopo un’epoca di libertà come gli anni ‘90, i social e gli smartphone hanno intrappolato non solo le nuove generazioni, ma anche le vecchie, creando così una spirale, soprattutto nel rapporto genitoriale, in cui l’immersione nel mondo digitale genera una maggiore distanza sociale e un aumento dell’ansia e dei disturbi di salute mentale

Un altro tema che ha attirato l’attenzione del pubblico riguarda l’attention span, cioè la nostra capacità di concentrarci per lunghi periodi di tempo. Secondo alcune ricerche, social media, smartphone e la nostra vita multitasking avrebbero avuto degli effetti considerevoli sul calo dell’attention span nel corso degli ultimi decenni. Le continue interruzioni, come vedremo successivamente, hanno delle ripercussioni persistenti e importanti sulla nostra capacità, ad esempio, di leggere un lungo articolo o un libro. 

L’impatto sulla performance accademica

Negli ultimi anni si è accumulata una grande quantità di ricerche che mettono in relazione l’uso intensivo dei social network e dello smartphone con la difficoltà nello studio e un peggioramento del rendimento scolastico e universitario. 

L’idea di fondo è piuttosto intuitiva: questi strumenti favoriscono una frammentazione continua dell’attenzione e incoraggiano comportamenti che portano a dedicare sempre più tempo alle interazioni digitali, spesso a scapito dello studio e della concentrazione. Il punto, però, non è solo stabilire se esista un legame tra tecnologia e risultati accademici, ma capire come lo si misura.

Molti studi si basano infatti su questionari in cui gli studenti sono chiamati a stimare quanto tempo passano sui social o al telefono e a mettere in relazione queste abitudini con voti, esami e livelli di soddisfazione nello studio. Il problema è che le persone tendono ad avere una percezione molto imprecisa del proprio comportamento digitale

Diversi lavori mostrano che spesso non siamo consapevoli di quanto usiamo davvero lo smartphone: sottostimiamo il tempo complessivo trascorso online, oppure lo sovrastimiamo, e fatichiamo a ricordare quante volte controlliamo il telefono nel corso della giornata. In altre parole, chiedere agli utenti di “raccontare” il proprio uso dei dispositivi non sempre restituisce un quadro affidabile di ciò che accade realmente.

Esiste poi un altro filone di ricerca che guarda soprattutto all’uso problematico o compulsivo dello smartphone e dei social network, concentrandosi ancora una volta sugli studenti, una delle categorie più esposte alla diffusione di queste tecnologie. 

Questi studi descrivono con grande dettaglio i comportamenti di dipendenza e le dinamiche di controllo continuo del telefono, ma spesso rimangono separati dalle ricerche che analizzano l’impatto sulla vita accademica. Il risultato è che due ambiti di studio procedono in parallelo senza dialogare davvero: da un lato le indagini sociologiche sul rendimento scolastico, dall’altro le analisi più fini dei comportamenti digitali.

Proprio qui si apre uno spazio di ricerca ancora poco esplorato. Integrare i dati raccolti attraverso questionari con informazioni più oggettive permetterebbe di superare molte delle ambiguità attuali e di capire meglio in che modo le abitudini digitali quotidiane incidono concretamente sullo studio. E infatti uno studio pubblicato da ricercatori prova a superare questi limiti, proponendo un approccio diverso rispetto a quello tradizionale. 

Invece di affidarsi esclusivamente ai questionari, gli autori hanno combinato due strumenti: da un lato dati provenienti da studenti che annotano le proprie attività quotidiane, dall’altro i dati effettivi di utilizzo delle applicazioni dei loro smartphone. Questo incrocio permette di confrontare ciò che gli studenti dichiarano di fare con ciò che fanno realmente, offrendo un quadro più preciso delle loro abitudini digitali.

I risultati confermano molte intuizioni già presenti nella letteratura sociologica, ma con una maggiore granularità. Non è tanto l’uso dei social network in generale a essere associato a peggiori risultati accademici, quanto alcune modalità specifiche di utilizzo. Comportamenti come controllare costantemente i messaggi mentre si studia o restare sui social durante le lezioni sembrano andare di pari passo con performance più basse. Al contrario, limitare l’uso della messaggistica istantanea nei momenti dedicati allo studio appare associato a esiti migliori. In altre parole, il contesto in cui avviene l’uso della tecnologia conta più del tempo totale trascorso online.

Proprio questo è uno dei punti centrali messi in evidenza dallo studio: per capire la relazione tra social media e rendimento accademico è più utile osservare come e quando vengono utilizzati, piuttosto che considerare l’uso complessivo degli smartphone in modo indistinto. Anche le differenze tra ambiti di studio sembrano giocare un ruolo, suggerendo che il rapporto tra tecnologia e apprendimento non è uniforme per tutti gli studenti.

L’inferno sono gli altri?

Al di là dei dati quantitativi, c’è un aspetto più difficile da misurare ma centrale nell’esperienza quotidiana dei social: il confronto con gli altri.

La tragedia di Jean Paul Sartre A Porte Chiuse, nel finale, contiene una delle citazioni più note della letteratura occidentale: “l’inferno sono gli altri”. Si tratta di un’affermazione che va vista nel contesto della filosofia sartriana per cui l’essere per sé appare come opaco agli altri. Detto in maniera più comprensibile: gli altri non hanno accesso ai nostri stati mentali, alle motivazioni che soggiacciono alle nostre scelte, alla nostra vita interiore. 

Per quanto il terreno sia meno battuto dalla ricerca accademica, questo aspetto può rivelarsi di fondamentale importanza per la popolazione in età universitaria e i giovani adulti. La cosiddetta Adultità Emergente, di cui avevamo già parlato, è infatti una fase della vita caratterizzata da incertezza e possibilità. Se la letteratura ha indagato l’effetto della mole di informazioni da cui siamo sovrastati con i social media, meno si è detto su come piattaforme quali Instagram o TikTok possono influenzare la visione della propria vita. 

Messi davanti a un’elevata quantità di contenuti, e quindi di possibilità di vita, il senso di smarrimento delle persone potrebbe aumentare. Ma questo deriva, appunto, da quanto dicevamo sopra rispetto alla filosofia sartriana. Postare sui social è qualcosa di estremamente controllato, che permette quindi alle persone di ritagliare una parte estremamente curata della propria vita per mostrarla agli altri. La reazione, al contrario, potrebbe non tenere conto di tutto ciò, portando a un qualcosa di simile a quanto ritratto, in maniera ironica, dalla brillante serie televisiva americana Portlandia. 

I limiti delle critiche a smartphone e social media

Il lavoro di Twenge, tuttavia, non è esente da critiche, anzi: l’intera narrazione secondo cui i social avrebbero un impatto predominante nei problemi degli adolescenti e dei giovani adulti è molto discussa, come aveva già fatto notare un articolo di Pagella Politica. 

I limiti principali di questa narrazione sono state ben sintetizzati dallo scienziato e divulgatore Andrea Casadio.  

Il primo punto, anche se tecnico, riguarda il tipo di analisi statistiche che vengono utilizzate per questi studi. Spesso, infatti, per problemi strutturali che sono emersi nell’accademia con la rivoluzione dei dati, queste analisi si fermano a mere correlazioni tra fenomeni. Questo tipo di analisi si presta a due critiche.

In primo luogo, il famoso mantra della statistica per cui la correlazione non implica causazione (e a dire il vero la mancanza di correlazione non implica mancanza di causazione). Su questo aspetto, al di là della natura tecnica, si può trovare un intero sito che colleziona analisi di questo tipo con intento ironico. 

Ma proprio perché si tratta di correlazioni, c’è un altro aspetto da considerare: la cosiddetta reverse causality. Calato nel contesto del rapporto tra social media e benessere mentale, è infatti plausibile anche l’ipotesi opposta: adolescenti che già vivono una condizione di disagio psicologico, magari legata alla solitudine o all’isolamento sociale, potrebbero essere più inclini a trascorrere molto tempo online. Senza un disegno sperimentale più robusto, capace di isolare le variabili in gioco, il rischio è quindi quello di attribuire ai social network un ruolo causale che i dati, da soli, non permettono di sostenere con certezza.

Un secondo limite riguarda la struttura stessa delle correlazioni individuate. In particolare, l’associazione tra uso dei social e peggioramento del benessere psicologico tende ad attenuarsi negli studenti che frequentano gli ultimi anni delle scuole superiori. Questo dato è problematico perché lo studio non fornisce una spiegazione convincente del perché ciò avvenga. Se l’impatto dei social network fosse davvero così determinante per la salute mentale degli adolescenti del tempo, bisognerebbe chiarire per quale motivo, avvicinandosi all’età adulta, questo legame risulti meno evidente. 

C’è poi una critica più materialista: questo tipo di analisi sembra non tenere conto, o solo a posteriori, delle condizioni economiche, sociali, ambientali e come queste influenzano il benessere degli individui e, soprattutto, la propensione ai social media. Su questo aspetto è interessante citare uno studio pubblicato su PNAS Nexus in cui gli studiosi hanno analizzato i dati riguardanti l’utilizzo degli smartphone di persone che vivono in aree urbane e rurali. 

I risultati dello studio hanno evidenziato come lo screen time sia più elevato per i primi. Ma l’utilizzo è profondamente diverso: nel caso delle aree urbane, l’utilizzo degli smartphone è incentrato su navigazione e business, mentre in aree rurali buona parte proviene da utilizzo dei social media. Questi risultati, letti alla luce di quanto detto in precedenza, rivelano come un’interpretazione dei social media disarticolata dal contesto sociale in cui si trovano le persone rischia di essere limitante. 

I lati positivi dei social media

C’è però anche un filone della letteratura scientifica che pone l’accento sugli effetti positivi dei social per adolescenti e giovani adulti. 

Uno studio, condotto su un campione di 940 studenti universitari messicani, rivela che l'impatto dei social media sul benessere psicologico è un fenomeno complesso, in cui però i benefici superano complessivamente i rischi grazie alla mediazione del capitale sociale. 

Da un lato, lo studio conferma le preoccupazioni riguardanti l'uso eccessivo, che può peggiorare situazioni di isolamento o di deperimento delle capacità sociali – si pensi all’atto di controllare lo smartphone durante occasioni sociali. L'analisi statistica dimostra che l'impatto indiretto totale è positivo: i social media fungono da strumenti cruciali per la costruzione di capitale sociale, sia di tipo "bonding", cioè rafforzamento dei legami stretti con famiglia e amici, ma anche di tipo "bridging", i famosi legami deboli studiati da Granovetter

Quest'ultima dimensione gioca un ruolo fondamentale e rappresenta il fattore con il maggiore impatto positivo, poiché amplia gli orizzonti informativi e sociali degli studenti. In conclusione, per i giovani adulti, l'uso dei social media non deve essere demonizzato ma orientato: se finalizzato a facilitare le connessioni interpersonali e l'accesso a nuove risorse, esso può mitigare il senso di solitudine e promuovere un benessere psicologico duraturo, agendo come un supporto fondamentale anche in periodi di crisi. 

Non solo: alla luce di questi risultati, è interessante notare che il periodo degli studi universitari coincide, solitamente, con una frammentazione della propria cerchia sociale. Gli studenti si spostano, con una scelta eterogenea dei corsi di studio. Grazie ai social e agli smartphone, questi rapporti possono però essere mantenuti nel tempo. Per usare un’immagine di moda nei primi tempi di questa discussione, i social non permettono probabilmente di creare nuovi ricordi con le persone che facevano parte della nostra vita su base quotidiana, ma ci consentono di rievocarli. 

La questione è appunto complessa

Questa è la conclusione, proprio quella che all’inizio sembrava un traguardo insormontabile. Chi è riuscito ad arrivare fino a qui, avrà compreso come l’impatto dei social media e degli smartphone sia ben più sfaccettato rispetto a come lo si dipinge. 

Per quanto gli effetti negativi non si possano negare, da una parte è necessario sottolineare che questi portano con sé anche degli effetti positivi. Dall’altra, e questo è ancora più importante, è necessario vedere i social e gli smartphone nel loro ambiente e non come entità astratte lontane da tutto quell’insieme di fenomeni e meccanismi che regolano la nostra vita. Essi ne costituiscono una parte rilevante, ma non la esauriscono: al contrario, la compenetrano. 

La questione quindi non deve essere – e non lo fa nemmeno la critica mainstream – se questi strumenti siano dannosi, ma comprendere in che modo interagiscono con le nostre vite. Solo attraverso questa comprensione più profonda si potrà poi agire, sia dal punto di vista personale sia dal punto di vista legislativo, per mitigare gli effetti negativi e allo stesso tempo far leva su quelli positivi. 

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