Pubblicato il
06 maggio 2026
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Da alcuni anni, soprattutto a seguito della pandemia, il tema del disagio mentale dei giovani adulti ha preso piede nel dibattito pubblico. La salute mentale e quella fisica non viaggiano più su binari separati e le richieste di aiuto aumentano. I ragazzi hanno una maggiore consapevolezza delle proprie difficoltà e i professionisti conoscono sempre meglio il fenomeno, con una migliore classificazione dei disturbi psicopatologici in età evolutiva.
Il fatto che vengano intercettate fragilità che prima rimanevano nascoste è certamente positivo. Una pratica diffusa e potenzialmente dannosa, al contrario, è l'autodiagnosi.
Di salute mentale dei giovani adulti parliamo con un’esperta, Anna Lucia Ogliari, specialista in psicologia clinica e psicoterapia, Professoressa Associata presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Direttrice della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e Responsabile dell’Unità di Psicologia Clinica dell’Età Evolutiva dell’Ospedale San Raffaele Turro.
La ricerca della professoressa Ogliari, autrice e coautrice di numerosi articoli scientifici originali pubblicati su riviste nazionali e internazionali, si concentra sulla psicologia dello sviluppo normale e patologico, con particolare attenzione all’interazione tra elementi ambientali e biologici nell’influenzare le manifestazioni psicopatologiche.
I numeri che ha citato aprono diversi scenari. Il primo è quello della comprensione, il secondo è quello della possibilità di accesso alla cura e il terzo è quello della riduzione dello stigma, quindi di una più attenta consapevolezza rispetto alle proprie fatiche e di una maggiore richiesta d’aiuto.
Questa richiesta d’aiuto parte spesso dalle persone in età evolutiva — bambini, adolescenti e giovani adulti — ma coinvolge anche il mondo degli adulti, sia perché se ne prendono cura, sia perché iniziano a prestare maggiore attenzione a queste difficoltà.
Ci sono diversi modelli interpretativi che emergono, e uno dei più interessanti è quello che colloca l’aumento delle problematiche di natura mentale ben prima dell’esordio del Covid. Il Covid ha rappresentato più uno spartiacque in termini di presa di consapevolezza.
La ricerca clinica ha iniziato a mostrarci che l’aumento della percezione della solitudine e delle fatiche psicologiche nei bambini e nei ragazzi comincia già intorno al 2012-2013, in concomitanza con la recente rivoluzione tecnologica, che ha portato alla costruzione di nuovi modelli di interazione, su piani completamente diversi da quelli fisici e tradizionali.
È lì che compaiono le prime avvisaglie di una richiesta d’aiuto legata all’isolamento, alla tristezza e all’aumento di quella dimensione che in termini tecnici viene definita “internalizzante”: ansia, depressione, vissuti che rimangono più “dentro”.
A questo si affianca un aumento delle richieste, certo, ma anche una migliore comprensione del fenomeno: clinici e ricercatori sono diventati più capaci di descrivere come si manifestano queste difficoltà, sia dal punto di vista psicologico sia da quello fisico. Si è arrivati a una migliore classificazione dei disturbi psicopatologici in età evolutiva, inclusa la giovane età adulta.
Forse quindi non è solo aumentato il numero delle richieste: è aumentata anche, in modo molto importante, la capacità di intercettarle e di comprendere ciò che precede una psicopatologia conclamata, cioè gli antecedenti evolutivi e i fattori di identificazione precoce.
Credo che ci sia una presa di consapevolezza, come già dicevamo. La narrazione è una conseguenza di questa consapevolezza. Un’emergenza esiste, ma è l’emergenza della richiesta d’aiuto che segue alla comprensione del fenomeno.
Quello a cui stiamo assistendo non è solo un incremento quantitativo, ma un cambiamento culturale. È anche il modo in cui stiamo di fronte a un cervello adolescenziale che cambia. L’adolescenza svolge lo stesso lavoro da sempre, ma cambia il modo in cui la società si rapporta a questa fase, e questo richiede un’attenzione completamente diversa.
Durante l’adolescenza alcuni sistemi si modificano e, nel modificarsi, possono dare spazio a fatiche complesse che oggi hanno finalmente un contenitore e un luogo in cui essere discusse.
La narrazione nasce quindi dalla possibilità di raccontarsi e di chiedere aiuto. E il chiedere aiuto è forse la vera rivoluzione.
Questa consapevolezza arriva sempre prima e si basa su un’idea di salute mentale come parte integrante della salute complessiva. Non c’è più una separazione netta tra salute fisica e mentale: le due dimensioni sono sempre più considerate come un unicum.
Questo porta a una maggiore percezione dei segnali di allarme. Allo stesso tempo, l’attenzione della società cresce perché emergono nuove forme di psicopatologia, o meglio forme già note che assumono una descrizione nuova, in linea con i cambiamenti sociali.
Dentro questi cambiamenti entrano anche i dispositivi tecnologici, ma più in generale una diversa modalità di concepire un cervello che reagisce a nuovi stimoli.
Diventa quindi fondamentale riuscire a distinguere tra quelle che possiamo chiamare nuove normalità e quelle che invece sono forme di difficoltà meno adattive.
Forse non siamo di fronte a una vera inflazione diagnostica, ma a una maggiore capacità di prestare attenzione a ciò che viene prima della diagnosi. Siamo diventati più capaci di riconoscere degli indicatori precoci, e questo permette di chiedere aiuto prima rispetto a fragilità che prima non venivano intercettate.
È vero che il numero delle diagnosi è aumentato, ma questo va di pari passo con l’aumento del disagio. Non necessariamente questo aumento va letto in negativo. Può essere letto anche come una maggiore capacità di osservazione.
Ci sono però dei punti di attenzione importanti, soprattutto legati ai nuovi media.
Il rischio principale oggi non è tanto l’aumento delle diagnosi cliniche, quanto quello dell’autodiagnosi. L’autodiagnosi è problematica perché non si basa su criteri clinici, su studi approfonditi o su un rapporto con un professionista. Si basa sull’autopercezione, che non è affidabile.
Questo è, secondo me, uno dei rischi più importanti del periodo storico che stiamo vivendo.
Allo stesso tempo, dobbiamo considerare che per lungo tempo abbiamo conosciuto poco la salute mentale nelle età evolutive. Oggi osserviamo anche cambiamenti legati al contesto generazionale, per esempio nel rapporto con il corpo.
Il corpo non è più solo uno spazio di espressione del benessere, ma può diventare anche un luogo in cui si manifesta il malessere, un bersaglio.
Questo ci porta a rivedere il modo in cui pensiamo la diagnosi in età evolutiva e nella giovane età adulta, anche considerando nuove fasi di sviluppo, come quella del giovane adulto, che ha caratteristiche proprie.
Quando si cresce si cambia il modo in cui si esprime la propria sofferenza, la propria fatica. Crescere, dal punto di vista psicologico, comporta sempre una quota di adattamento e quando ci sono dei cambiamenti — fisici, psichici o anche contestuali — dobbiamo adattarci.
Gli esseri umani sono fatti per provare una quota di ansia e una quota di fatica che è assolutamente fisiologica. Questo significa che, per adattarci, dobbiamo passare attraverso sistemi che sono anche molto antichi, molto primordiali, e che possono, in alcuni momenti, incepparsi e fare più fatica del previsto.
Tutto ciò che è fisiologico tende ad avere un inizio e una fine abbastanza circoscritti nel tempo. Pensiamo, per esempio, all'irritabilità. Un’adolescente che passa dall’infanzia alla vita adulta ha una componente di irritabilità che è costitutiva. Questa irritabilità è “buona”, perché permette di adattarsi ai nuovi contesti e alle nuove sfide. Significa che passiamo da un mondo in cui siamo accuditi a un mondo in cui impariamo ad accudirci, e questo comporta inevitabilmente una maggiore attivazione. L’irritabilità e l’ansia, in questo senso, sono funzionali al passaggio evolutivo.
Quindi è importante cominciare a dirci che esistono momenti della vita in cui provare ansia o manifestare sintomi psicologici — come l’irritabilità — è assolutamente normale. Questi sintomi, però, possono avere caratteristiche molto simili a quelli che troviamo in condizioni più problematiche. Ed è qui che si gioca la distinzione.
La differenza tra una sintomatologia fisiologica e la psicopatologia sta soprattutto nell’intensità dei sintomi e nel livello di compromissione che producono. Quando la sintomatologia diventa così intensa da impedire di condurre la propria vita quotidiana — quello che normalmente si riesce a fare — allora siamo di fronte a qualcosa che richiede un intervento.
Fisiologicamente, il nostro sistema è costruito per modulare ansia e attivazione: sono proprio questi sistemi che ci permettono di portare a termine i compiti. Ma quando si crea uno scarto tra le richieste dell’ambiente e la nostra capacità di adattamento, allora i sintomi diventano patologici. Ed è in quel momento che diventa necessario chiedere aiuto.
Questa distinzione è fondamentale e deve essere accompagnata nella crescita.
Ci sono momenti in cui l’ansia è assolutamente fisiologica — per esempio in prossimità degli esami universitari — ma è importante che resti funzionale e non comprometta la performance. Ci sono poi momenti di transizione più ampi, come l’ingresso in università. È una fase molto bella, ma anche estremamente complessa, perché comporta cambiamenti importanti: autonomia nello studio, spesso autonomia nella vita quotidiana.
Questo periodo di adattamento non ha una durata fissa, ma dipende molto dalle caratteristiche individuali. Ci sono persone che si adattano rapidamente e altre che hanno bisogno di più tempo. Per questo è importante considerare anche un tempo di osservazione: un periodo che può essere compreso tra i quattro e i sei mesi, in cui si valuta se le difficoltà rientrano in un adattamento fisiologico o se indicano una fatica più profonda.
Il corpo è diventato uno strumento di comunicazione, se non fosse che, per gli adolescenti e i giovani adulti è diventato davvero quasi una tela su cui dipingere. Quello che vediamo è che il corpo è sempre più al centro degli aspetti della psicopatologia, da molti punti di vista. Pensiamo, per esempio, a come sono aumentate le fatiche che riguardano il comportamento alimentare e a come è aumentato l’autolesionismo: il corpo è diventato un bersaglio. Prima i bersagli erano altri e si collocavano di più nella relazione con l’adulto o con i pari. Le relazioni restano importanti, ma il corpo diventa il modo attraverso cui la sofferenza viene esperita e manifestata. È importante anche sottolineare che il rapporto con il corpo è cambiato, anche in virtù di nuovi miti, ideali, che quasi mai corrispondono a canoni reali, ma piuttosto a ideali irraggiungibili. Quindi il corpo diventa il centro di una vera e propria rivoluzione. Ed è questo il momento storico in cui, più che in passato, il corpo arriva in terapia prima ancora che arrivi il pensiero. In realtà è sempre stato così — il corpo arriva spesso prima — ma oggi arriva con segni fisici della sofferenza psichica, e questo è un punto assolutamente importante da tenere a mente. Basti pensare che la focalizzazione sul corpo compare nei nostri ambulatori sempre più precocemente: abbiamo bambini e ragazzi che portano il corpo come tema centrale sempre prima.
Stanno emergendo moltissimi aspetti legati ai comportamenti alimentari che prima non conoscevamo bene. Tutto l’ambito dei disturbi alimentari è stato anche attraversato da numerosi pregiudizi. Per esempio, immaginiamo ancora spesso la persona anoressica come una persona sottopeso, tipicamente giovane e di genere femminile. Ma quello che stiamo osservando è che questo modello non solo non è più rappresentativo, ma è uno tra molti modelli possibili di comportamento alimentare disfunzionale.
Stiamo assistendo a un incremento di nuove forme di fatica alimentare, di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Alcune di queste non hanno ancora una connotazione nosografica precisa, cioè non hanno ancora una definizione diagnostica codificata nei manuali. Possiamo pensare, per esempio, all’ortoressia, alla vigoressia, ma anche alla diabulimia — una condizione che riguarda persone con diabete di tipo 1 e che può innescare comportamenti alimentari disfunzionali.
Ma il punto centrale rimane uno: è il corpo il luogo in cui si manifesta la sofferenza. Sicuramente queste condizioni cominciano a colpire in modo significativo anche il genere maschile. Non è più una questione di genere, stanno cambiando le prevalenze e c’è una maggiore capacità di riconoscere questi disturbi anche nei maschi.
Siamo anche più in grado di comprendere il pensiero che sta alla base di questi comportamenti. Tutte le patologie alimentari nascono da un’ideazione sul corpo: il corpo diventa il centro del pensiero, insieme al cibo e all’esercizio fisico. Questi elementi vengono utilizzati per mantenere il corpo dentro dei canoni ideali, o presunti tali, che dovrebbero portare a un maggiore benessere.
Sempre più spesso ci troviamo di fronte a corpi apparentemente normali, ma attraversati da una sofferenza psicologica molto intensa. Questa sofferenza si traduce in un pensiero costante sul cibo e sul corpo, un pensiero che diventa difficile da governare. Si sviluppa così una ricerca di perfezionismo: nell’alimentazione, che diventa “super healthy”, o nell’esercizio fisico, che diventa sproporzionato. Ma queste pratiche non restano più dentro una dimensione fisiologica — quella di una sana alimentazione o di un’attività fisica equilibrata — e si trasformano in una ricerca ossessiva di perfezione, che spesso non ha nemmeno un riferimento reale.
Questa ricerca non è solo legata al controllo del peso, ma soprattutto al tentativo di controllare una sofferenza psichica. In alcuni casi, questi disturbi funzionano quasi come una soluzione a un problema, più che come un problema in sé, almeno nella percezione della persona. Permettono di dire: “in questa cosa sono bravo”, “qui riesco”, e questo produce una riduzione temporanea della sofferenza, anche se poi ne innesca un’altra. Per questo stanno diventando una questione estremamente rilevante.
La costruzione di servizi di base, come gli sportelli all’interno dell’università, permette di fare un lavoro molto importante di intercettazione delle fatiche legate al periodo universitario. Si tratta di difficoltà spesso “nude e crude”, legate allo studio, all’adattamento all’università. Questi servizi consentono di costruire percorsi che possono avere un inizio e una fine all’interno del counseling universitario, perché rispondono a bisogni specificamente universitari. Intercettare il disagio permette di pensare alle azioni.
Fare una politica della salute mentale vuol dire occuparsi del benessere degli studenti a 360 gradi. Significa non considerare il risultato accademico come unico indicatore di benessere — perché, di per sé, non lo è. Il risultato accademico racconta un percorso, ma quel percorso deve essere sostenibile per il soggetto, deve rispettarne tempi e ritmi, che non sono solo quelli del semestre, ma quelli della storia individuale.
Il periodo universitario è un periodo complesso: si passa dalla fine dell’adolescenza all’età adulta. Ci sono almeno due passaggi fondamentali: il primo è quello dell’autonomia, il secondo è quello della costruzione di competenze spendibili nel mondo del lavoro. Dentro questo percorso è fondamentale rispettare le differenze individuali. Ci sono soggetti più esposti a difficoltà psicopatologiche e altri che vivono fatiche più legate al percorso universitario in sé. Distinguere tra queste due dimensioni è essenziale.
Costruire il benessere significa costruire un sistema capace di rispondere a bisogni diversi: fisici, psichici, relazionali, anche sportivi. La salute mentale passa attraverso un approccio interdisciplinare. Non si tratta solo di raggiungere obiettivi educativi — i CFU, la laurea — ma anche di favorire relazioni tra pari, relazioni con i docenti, e un equilibrio tra studio e vita personale.
Un aspetto che stiamo imparando è la grande necessità di formazione. È un termine forse abusato, ma resta fondamentale. Progetti come Health Mode On mostrano chiaramente che esiste un bisogno, anche da parte dei docenti, di acquisire strumenti per comprendere meglio il benessere degli studenti.
Sono spesso gli stessi docenti a chiedere: aiutateci a capire come favorire il benessere, oltre all’apprendimento. La formazione del personale universitario è quindi un punto di snodo cruciale.
L’attenzione alla salute mentale è in crescita, ma è necessario accompagnare chi lavora con gli studenti a comprendere come bilanciare sviluppo delle competenze e benessere psichico e fisico.
La formazione resta uno standard fondamentale, che permette non solo di comprendere meglio le nuove fragilità, ma anche di accoglierle.
E, in questo senso, le fragilità possono diventare anche un punto di forza, uno snodo attraverso cui costruire professionisti con aspettative più sane, più realistiche, sia rispetto al lavoro sia rispetto ai propri bisogni.
Progetto selezionato nell'ambito dei due avvisi PRO-BEN 1 e PRO-BEN 2 del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) per la concessione di finanziamenti volti alla promozione del benessere psicofisico e al contrasto del disagio psicologico ed emotivo tra gli studenti.

