Intervista

Equilibrio emotivo e performance: il ruolo del CEB nella formazione musicale

Pubblicato il

27 maggio 2026

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Fabio Fassone è docente e formatore certificato CEB, un programma di sviluppo dell’equilibrio emotivo elaborato in ambito accademico presso la University of California, San Francisco e il Santa Barbara Institute for Consciousness Studies, dove ha conseguito l’abilitazione internazionale nel 2015 con Paul Ekman, B. Alan Wallace ed Eve Ekman.

Dopo una formazione iniziale in ambito musicale e negli studi universitari in management culturale, ha maturato un percorso professionale nel settore artistico e istituzionale, ricoprendo ruoli di responsabilità presso realtà come la Fondazione Teatro alla Scala e la Fondazione Opera di Firenze. Parallelamente, ha approfondito lo studio della filosofia e della psicologia buddhista tibetana, completando programmi avanzati di formazione e pratica meditativa e seguendo insegnamenti di maestri della tradizione zen e tibetana.

Attualmente è docente di Equilibrio Emotivo e Scienze Contemplative presso l’Università di Pisa e svolge attività di formazione in ambito aziendale, istituzionale e nel terzo settore, inclusi progetti in contesti complessi come quello carcerario, orientati allo sviluppo della consapevolezza e alla regolazione degli stati emotivi. 

La sua attività integra modelli della psicologia contemporanea con pratiche di mindfulness e meditazione, con l’obiettivo di sviluppare attenzione, resilienza e competenze di autoregolazione. Tra le iniziative più recenti, conduce un laboratorio basato sul protocollo CEB presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.
 

Il protocollo CEB nasce dall’integrazione tra scienze contemplative, psicologia contemporanea e ricerca sulle emozioni. Dal suo punto di vista, qual è il contributo più rilevante di questo approccio rispetto ad altri modelli di mindfulness oggi diffusi?

Gli autori di questo vero e proprio percorso di intelligenza emotiva hanno fin da subito lavorato al fine di creare un protocollo che potesse essere fruibile a tutti, in qualsiasi ambito, e che integrasse gli aspetti propri della fisiologia e psicologia emotiva occidentale con la scienza della mente di estrazione indo-tibetana, individuando anche pratiche meditative millenarie che possono essere di supporto alla regolazione emotiva e alla comprensione diretta della realtà che ci circonda, al netto del filtro emotivo.

Non da ultimo, ampio spazio viene dato alle pratiche di rafforzamento attenzionale, dove l’attenzione viene intesa come una vera e propria “rivoluzione”, oggi sempre più necessaria di fronte a stati di ansia e stress legati a una realtà fatta di continue distrazioni e stimoli costanti, che alimentano una condizione di iperattività del corpo, della parola e della mente.
 

Nel protocollo si lavora sulle sette emozioni universali individuate da Paul Ekman. Quali sono le principali difficoltà nel passare da una comprensione teorica delle emozioni alla loro effettiva regolazione nel momento in cui si manifestano?

Centrali e fondamentali sono il lavoro sul corpo attraverso la consapevolezza del respiro e l’attenzione ai set-up fisiologici propri delle sette emozioni universali, sia su base evoluzionistica sia personale. I partecipanti al percorso, gradualmente e con gentilezza verso sé stessi, imparano a riconoscere come il corpo si modifica quando si attiva un’emozione e, grazie alla pratica del respiro e della meditazione, individuano strumenti utili a contrastare lo stress fisiologico. L’obiettivo è mantenere il più possibile sotto controllo l’intensità emotiva e creare uno spazio di consapevolezza che permetta di scegliere comportamenti non stereotipati, ma coerenti con i propri bisogni e con la relazione con sé stessi e con gli altri.
 

Le tecniche di respirazione consapevole e di allenamento attenzionale sono centrali nel protocollo. Quali sono i meccanismi psicofisiologici attraverso cui queste pratiche influenzano i processi emotivi e cognitivi?

Adottando la definizione di emozione universale elaborata da Paul Ekman, ovvero che un’ emozione universale è un processo automatico su base evoluzionistica e personale che prevede set-up fisiologici e comportamentali atti a rispondere a un preciso bisogno di sicurezza, e che un'emozione si sente prima nel corpo e nel corpo sono il respiro e le espressioni facciali che sostengono tutti i set-up fisiologici stessi, ecco che le pratiche di consapevolezza del respiro attivano immediatamente un'azione regolatrice del corpo e, nel corpo, sulla mente. 

L’attenzione si sposta dall’oggetto che ha innescato l’emozione al respiro stesso. La fisiologia del respiro è un potentissimo regolatore emotivo comportamentale. Si lavora molto sulla respirazione “naso - naso” che è in grado di stimolare il nostro sistema nervoso parasimpatico, oltre a un lavoro specifico sul diaframma, muscolo che possiamo definire il “bidone emotivo” del nostro corpo. I risultati di regolazione sono immediati e molto efficienti.
 

Il CEB viene applicato anche in contesti caratterizzati da disregolazione emotiva, come nei percorsi legati alle dipendenze. Quanto è efficace questo approccio all’interno dei programmi di recupero?

Per quanto riguarda la mia personale esperienza, sono stati compiuti — laddove possibile e sempre dietro richiesta specifica del team di psicologi e psichiatri che si occupano di dipendenze — esperimenti molto importanti e sempre focalizzati sulle tecniche di respirazione consapevole. D’altronde queste pratiche sono già ampiamente utilizzate in ambito medico e ospedaliero come cure palliative di ampio supporto ai protocolli non solo psicologici ma anche farmacologici e delle terapie del dolore.
 

Nel laboratorio che conduce presso il Conservatorio di Milano, quali competenze vengono sviluppate concretamente dagli studenti e quali evidenze emergono?

Gli studenti terminano il loro percorso con una conoscenza di base legata al lavoro di Paul Ekman e un primo approccio alle pratiche di consapevolezza del respiro. E’ facile per loro comprendere fin da subito che i risultati personali possono essere conseguiti non solo attraverso la conoscenza teorica degli aspetti che tratta il CEB, ma solo se riescono a fare spazio, nelle loro attività quotidiane, agli esercizi di pratica. Essendo tutti strumentisti, sanno bene che per suonare bisogna praticare. Stessa cosa se si vuole sviluppare intelligenza emotiva e promuovere una fioritura personale che tiene conto dell’interdipendenza alla base del rapporto con sé stessi e con gli altri. 

La sorpresa di poter creare le cause e le condizioni affinché tutto questo avvenga attraverso un percorso di conoscenza e pratica facile e intuitivo è una costante tra tutti loro, e questo evidenzia ancora una volta come questa materia — l’intelligenza emotiva — debba quanto prima essere inserita non solo nei percorsi universitari, ma anche nelle scuole di ogni ordine e grado.
 

In che modo il lavoro su attenzione ed equilibrio emotivo si riflette sulla qualità della performance musicale?

Prima della performance musicale c’è la fase di studio del proprio strumento. E prima di questa ci sono la vita di tutti i giorni, le relazioni, gli impegni e le agende sempre più piene e complicate. La naturale risposta del nostro corpo e della nostra mente è quella di attivare sindromi di stress e stati d’ansia che possono alterare la realtà osservata quanto sperimentata. 

Se si compromette la fase dello studio — non tanto nel tempo a disposizione quanto nella qualità della mente che affronta questo spazio-tempo sempre più ridotto — ne risentirà inevitabilmente anche la performance musicale. In aula “musica”, gli studenti affrontano tutto ciò che riguarda la prassi esecutiva, ma è necessario anche uno spazio di cura del corpo e della mente, capace di promuovere calma, creatività, intuito, ascolto empatico, gentilezza e relazione, non solo con la partitura musicale.

Non dimentichiamo che il settore della “live performance”, inclusa la musica classica, viene indicato da numerose ricerche come uno degli ambiti in cui il ricorso a farmaci ansiolitici, antidepressivi, antinfiammatori e betabloccanti è particolarmente diffuso, talvolta in modo eccessivo. Le emozioni fuori controllo e l’assenza di strumenti di intelligenza emotiva sono tra le concause di questo fenomeno.
 

Progetti come Health Mode On pongono al centro il benessere psicofisico degli studenti. Secondo lei, quanto è necessario oggi integrare in modo strutturato percorsi di educazione emotiva all’interno di università e conservatori?

È fondamentale e dovrebbe essere un obbligo inserito definitivamente all’interno di tutti i percorsi didattico-formativi di ogni ordine e grado. Non dovrebbe esserci alcun contraddittorio su questo punto, e chi pensa che tutto ciò non sia necessario probabilmente manifesta difficoltà nel rapporto con le proprie emozioni e poca empatia verso quelle degli altri.

Purtroppo si confonde l’intelligenza emotiva con un percorso di cura psicologica o psichiatrica, aree di intervento che devono essere lasciate, ovviamente, al personale sanitario specializzato. L’essere umano ha la possibilità di implementare diverse intelligenze — cognitivo-matematica, musicale, spaziale e molte altre — e oggi, alla luce dei fatti del mondo e della nostra società, è difficile negare quanto sia importante coltivare anche l’intelligenza emotiva, specialmente quando è possibile farlo per promuovere relazione, interdipendenza, ascolto empatico e, mi permetto di aggiungere, gentilezza e pace.

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Progetto selezionato nell'ambito dei due avvisi PRO-BEN 1 e PRO-BEN 2 del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) per la concessione di finanziamenti volti alla promozione del benessere psicofisico e al contrasto del disagio psicologico ed emotivo tra gli studenti.

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